Little things

Codex Maisti
Disegnare vuol dire progettare il mondo. Non è una pratica accessoria dei linguaggi artistici, ma il loro fondamento. Maisto con i suoi acquerelli progetta un mondo nuovo. Non è qualcosa che appartenga solo a lui, ma è un universo popolato e aristocratico, in cui quello che appare non è. Tutto quello che fa è legato a potenziare i dettagli, lavorare sul piccolo, come un alluminatore animato da un’insaziabile curiosità. Anche quando realizza le sue sculture, sempre molto aeree e leggere, anche quando sembra che l’urgenza del creare lo attragga. La sua anima sta nel trasferire nel suo codex personale le fantasie che collegano la propria visione estetica con la storia dell’arte. (…)
I suoi riferimenti culturali sono alti. Vanno ai bestiari medievali, alle enciclopedie di fiori e piante, a quelle tavole linneiane in cui la scienza sembrava ancora alle prese con la certezza dell’esperienza. Ulisse Aldrovandi è un nome da ricordare. Naturalista bolognese di fine ‘500 e collezionista di piante e animali ordinari o straordinari, è stato il primo a dare un senso classificatorio alle cose di natura, piante e animali.
Angelo Maisto frequenta anche il lato oscuro della rappresentazione, quello legato all’insania e alla follia generativa. Bosch e Brueghel probabilmente, almeno nella loro capacità di sintetizzare l’assurdo, di rendere vivo il mondo onirico. Tutto cambia e si trasforma. Anche gli oggetti che sembrano sempre seri e immutabili. Perché nel concetto di metamorfosi Maisto non esita a portare il popolo muto delle cose dentro un’idea organica dell’arte. (…)
Valerio Dehò